l'uomo del bosco
23 feb
di fabiola brugiamolini
L'uomo del bosco!
Il tempo nel bosco si è fermato: e così i grandi Orologi di Paolo Righi, tavole dipinte nel 1990, con variazioni cromatiche tono su tono e arlecchineschi interventi materici, ostentano ma non sempre ‑ qualche numero incerto e mai sono muniti di lancette. Così questi oggetti, costruiti da Righi nel suo atelier casa‑rifugio scampagnato nel maceratese ai limiti di orme umane, possono benissimo provenire dal sei di un film disneyano come La bella e la bestia (datato questo 1991), in cui i personaggi del palazzo fatato sono trasformati in un incantesimo in oggetti animati assai poco funzionali.
Così chissà che cosa potrebbero mai contenere le Scatole, costruite nello stesso periodo, "informalmente" colorate, trasformato il legno di cui son fatte in più materici spessori, con spaghi fermati in modi definitivi da colle e pigmenti e con sovrapposizioni di materiali.
Negli anni a seguire (1993 e 1994) dapprima vecchie tavole piallate a mano, tele e poi, tirati fuori da dimessi ripostigli, antiche coperte di lana e sacchi usati di juta cominciano ad imprigionare gli Uccelli, notturni, migratori e stanziali, occhieggiati in anni di affettuosa osservazione paziente tra diaframmi arborei, nel freddo e tranquillizzante riflesso verde: e così sui lavori di Paolo Righi appaiono l'upupa, la cicogna, l'allocco e il pettirosso.
Poi galli, galline, cavalli, talvolta montati dai loro cavalieri o dagli stessi galli. Sono realizzati con quella tecnica che, pur cambiando in seguito il repertorio iconografico, rimane caratteristica dell'autore: su assi sovente di riuso, all'interno di un riquadro inciso, la linea di contorno del soggetto e le forme accolgono poi i colori, a tempera o acrilici, usati in tonalità basse, un po' come in ombra (all'ombra tremula delle foglie cangianti e azzurrate).
Inizialmente i fondi sono di color carta da zucchero, le figure bianche, i colori compiti come in un patchwork, a tasselli o a macchie ravvicinate o anche sparse: e come una criptica didascalia compare da subito una scritta irta di suoni nordici, induriti, mitteleuropei, cappa, dieresi, acca finali, ipsilon, e il suono equus, che non è solo di equino ma anche di equinozio.
E’ come se fosse il teatrino di un cantastorie siciliano, ma ad essere narrata è la natura e anche il tentativo di affermarla, con garbo, da appassionato.
E così il cavaliere è una acrobata, che non pesa sulla groppa dell'animale, e le figure sono presenti nella naiveté della loro stessa forma.
Dal 1995 nelle opere di Righi la figura umana inizia a dilatarsi, sempre mantenendo la leggerezza dell'equilibrista (un equilibrista della vita?).
Come mongolfiere antropomorfe, gli omoni‑angeli si liberano della forza di gravità, lasciando a terra biciclette, vasi di fiori, i profili delle dolci colline marchigiane, un toro, talvolta ancora gli amatissimì cavalli. E si inscrivono in strette e lunghe assi, che pure non riescono a comprimerli nelle loro curve velatamente liciniane.
Nei lavori più recenti, gli omoni‑angeli diventano musicanti: sullo sfondo silenzioso della campagna, suonano arpe, contrabassi, corni, e anche lunghe trombe, come gli angeli tubicini dei dipinti del Quattrocento toscano. E così "erra l'armonia per questa valle" la musica di Pari (ma ecco che cosa sono, sono giganteschi e corpulenti satiri!) riavvolge la natura in un unicum, l'uomo del bosco ha svelato alla fine la propria identità.
Fabiola Brugiamolini
Giugno 1998
fabiola brugiamolini
Hangeli e Gyganti in volo continuo
10 feb 1996
di Mimmo Coletti
Di questi tempi non è facile fare incontri simili, con la gioia di narrare una favola arcana, l'aria e la campagna, le dolci gobbe dei colli, il cielo finalmente protagonista e, insieme, un'atmosfera in incanti e malie. Finalmente un artista che sa lavorare di fantasia (e con qualche garbo) per creare davvero un suo mondo abitato da giganti e da 'hangeli", come tiene a sottolineare, che vanno in "bycicletta", montano "sull'harcobaleno", giocano "kon l'haquilone tra halberi e kampi di grano". Tutto un frasario insolito per definire una marea di idee che vengono avanti, si srotolano davanti all'osservatore, lasciano il segno.
Paolo Righi, artista in grado di porre sulla scena tante cose, dipinge con una misura sorridente e una capacità di sintesi derivata dall'aver assimilato e compreso, con armonia di forme estratte di peso da colori pastello, violentissimi, e da incisioni in superficie a mo' di graffito; non conosce la forza di gravità e i suoi omaccioni volano sereni in una danza della vita senza ombre. Ma attenzione: nulla è lasciato al caso, l'architettura del quadro è sempre molto sostenuta, sovraintende l'istinto, e certo qualcosa di più. Perché alle spalle Paolo ha lunghe stagioni come disegnatore di stoffe, collaborazioni con atelier di grido: il che può dir tutto o anche nulla. Ma evidentemente il gusto esiste da sempre e da un po' di tempo, ha fatto capolino questa voglia di esprimersi in maniera diversa, coinvolgente, felicissima.
Padre emiliano, madre toscana, nativo di Corno, attualmente residente in un casolare nelle Marche dove può parlare con le stelle e affidare i suoi pensieri al vento: può spiegare un mix del genere una congiunzione pittorica così favorevole? Solo in parte. Il resto, tutto il resto, è frutto di Paolo, della sua visione e dei suoi incantesimi ricchi di ironia. Mimmo Coletti
PAOLO RIGHI: KONTESTATORE PER AMORE
20 ago 2008
di Lucio del Gobbo
Forse, ciò che ha spinto Paolo Righi a fare l'artista è stata la consapevolezza di poter fare di più e meglio rispetto al precedente.
Egli veniva da esperienze di lavoro d'arte applicata nel campo tessile e dell'alta moda, un lavoro che non soddisfaceva a pieno la sua creatività, e soprattutto il bisogno di indipendenza immaginativa e poetica.
Lasciare questa occupazione, nel suo caso, è stato un atto di notevole coraggio, di cui pochi sarebbero capaci; si sa come l'arte, specie agli inizi appaia ricca di soddisfazioni e affascinante nelle prospettive, ma, ahimé, alla distanza si dimostri invece trascurata e povera di riconoscimenti (anche da un punto di vista economico).
Ebbene Righi ha trovato il coraggio di farne la sua prima ed unica occupazione, essendo sostenuto da un richiamo forte, configurabile all'autentica vocazione. Ed ha fatto il grande salto nel mondo più deciso e spericolato, trapiantandosi, lui settentrionale inurbato, in un luogo solitario della campagna marchigiana, lontano dalla sua terra d'origine, fuori dal chiasso e dal trambusto, ma anche dagli affari delle città, per tener dietro nel modo più intimo e radicale a quelli che erano i suoi amori: la famiglia, la natura, e, appunto l'arte.
Anche se le sue aspettative continuano ad essere non del tutto realizzate - e questo dipende anche da un carattere che chiede meglio a se stesso dimostrandosi inappagato per desiderio di crescita - certamente è soddisfatto di quello che ha, soprattutto di poter disporre di condizioni per esprimersi in libertà e per dedicarsi a quello a cui si sente chiamato (c'è nel suo atteggiamento un senso di gratitudine per le doti e la sensibilità di cui la natura lo ha dotato).
E direi che ha assunto rispetto di ciò che può fare considerandolo quasi una provvidenza.
Raramente ho visto un artista così determinato a sostenere le proprie opere. Quando ne parla, il suo naturale riserbo, la sua timidezza scompaiono perché sicuro che ciò che esce dalle sue mani è ciò che vuole che sia: una parte assolutamente sincera di sé, quanto di più genuino e puro sia nella sua natura. E questo a proposito della persona, dell'uomo e delle sue scelte di vita.
Tante considerazioni si potrebbero fare sulla sua opera, un'opera in progress, sia chiaro, che cresce continuamente nella coerenza e nella originalità. Da evidenziare in essa la ricerca di una splendida solitudine anche relativamente al genere linguistico adottato: insofferente alle regole e alle consoetudini, e quanto più consono alla sensibilità e al desiderio contemplativo che lo pervade, avendo ispiratrice principale la natura.
Ha questo significato il ricorso alla favola, al favolistico e al favoloso, la propensione a navigare nei cieli delle Marche, avendo corrispondenti Leopardi e Licini, seguendo l'eco delle loro voci e facendosi, a loro seguito, ascoltatore piccino.
Le Marche sono pervase dalla poetica di questi giganti appena ricordati, e sono molti gli artisti che seguono quella traccia, ma in Righi, specie in riferimento a Licini, trovo una radicalità di evasione, un dilagare della fantasia e del sogno particolarmente fedeli.
Nelle sue visioni così improbabili e oniriche così partecipi della naturalità e vaghe, e leggere, non è da scorgere una amenità indiscriminata.
Se il termine drammatico può essere associato anche alla gioiosità e alla passione, ebbene questo è il caso: riecheggiano nelle visioni e nelle forme plastiche di Righi, la radicalità delle sue scelte, la fuga cui egli ha fatto coincidere l'elezione di un rifugio anche per la propria vita. Esse nascono da una volontaria immersione nella natura, come a lui è apparsa e individuata appunto nel paesaggio del nostro entroterra.
Le sue forme promanano sensualità, ma non come oggi essa è intesa, bensì come euforia d'amore per ciò che si ama, che sia esso corpo femminile o paesaggio: l'Eden incorrotto a cui Righi guarda come meta nello spirito che è nell'uomo.
L'uso della "K" nei titoli delle sue opere permane come memoria drammatica della sua pacifica e dolce rivoluzione. Lucio del Gobbo
Terra... Acqua... Aria... Fuoco
17 ott 1996
di Mario Giacomelli
Paolo Righi lascia galleggiare, nella sua forma linguistica, i frammenti della sua creatività su una superficie materica, incisa, per darci immagini estremamente interiorizzate e cariche di vitalità spirituale aperta all'immaginario.
Nel tessuto narrativo di Righi, nella materia corposa, nel colore-segno-luce si rigenerano e si trasformano in vibrazioni indefinite le sue immagini rinnovate dalle possibilità espressive e del valore delle forze dell'inconscio.
Righi riesce ad organizzare lo spazio in un interno costruttivo a diretto contatto con la mente per poi restituirlo come emozione di uno stato d'animo, come originale costruzione visiva, come tensione poetica e spessore di vita, dove tutto diventa altro in una energia nuova. Mario Giacomelli
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