PAOLO RIGHI: KONTESTATORE PER AMORE
20 ago 2008
di Lucio del Gobbo
Forse, ciò che ha spinto Paolo Righi a fare l'artista è stata la consapevolezza di poter fare di più e meglio rispetto al precedente.
Egli veniva da esperienze di lavoro d'arte applicata nel campo tessile e dell'alta moda, un lavoro che non soddisfaceva a pieno la sua creatività, e soprattutto il bisogno di indipendenza immaginativa e poetica.
Lasciare questa occupazione, nel suo caso, è stato un atto di notevole coraggio, di cui pochi sarebbero capaci; si sa come l'arte, specie agli inizi appaia ricca di soddisfazioni e affascinante nelle prospettive, ma, ahimé, alla distanza si dimostri invece trascurata e povera di riconoscimenti (anche da un punto di vista economico).
Ebbene Righi ha trovato il coraggio di farne la sua prima ed unica occupazione, essendo sostenuto da un richiamo forte, configurabile all'autentica vocazione. Ed ha fatto il grande salto nel mondo più deciso e spericolato, trapiantandosi, lui settentrionale inurbato, in un luogo solitario della campagna marchigiana, lontano dalla sua terra d'origine, fuori dal chiasso e dal trambusto, ma anche dagli affari delle città, per tener dietro nel modo più intimo e radicale a quelli che erano i suoi amori: la famiglia, la natura, e, appunto l'arte.
Anche se le sue aspettative continuano ad essere non del tutto realizzate - e questo dipende anche da un carattere che chiede meglio a se stesso dimostrandosi inappagato per desiderio di crescita - certamente è soddisfatto di quello che ha, soprattutto di poter disporre di condizioni per esprimersi in libertà e per dedicarsi a quello a cui si sente chiamato (c'è nel suo atteggiamento un senso di gratitudine per le doti e la sensibilità di cui la natura lo ha dotato).
E direi che ha assunto rispetto di ciò che può fare considerandolo quasi una provvidenza.
Raramente ho visto un artista così determinato a sostenere le proprie opere. Quando ne parla, il suo naturale riserbo, la sua timidezza scompaiono perché sicuro che ciò che esce dalle sue mani è ciò che vuole che sia: una parte assolutamente sincera di sé, quanto di più genuino e puro sia nella sua natura. E questo a proposito della persona, dell'uomo e delle sue scelte di vita.
Tante considerazioni si potrebbero fare sulla sua opera, un'opera in progress, sia chiaro, che cresce continuamente nella coerenza e nella originalità. Da evidenziare in essa la ricerca di una splendida solitudine anche relativamente al genere linguistico adottato: insofferente alle regole e alle consoetudini, e quanto più consono alla sensibilità e al desiderio contemplativo che lo pervade, avendo ispiratrice principale la natura.
Ha questo significato il ricorso alla favola, al favolistico e al favoloso, la propensione a navigare nei cieli delle Marche, avendo corrispondenti Leopardi e Licini, seguendo l'eco delle loro voci e facendosi, a loro seguito, ascoltatore piccino.
Le Marche sono pervase dalla poetica di questi giganti appena ricordati, e sono molti gli artisti che seguono quella traccia, ma in Righi, specie in riferimento a Licini, trovo una radicalità di evasione, un dilagare della fantasia e del sogno particolarmente fedeli.
Nelle sue visioni così improbabili e oniriche così partecipi della naturalità e vaghe, e leggere, non è da scorgere una amenità indiscriminata.
Se il termine drammatico può essere associato anche alla gioiosità e alla passione, ebbene questo è il caso: riecheggiano nelle visioni e nelle forme plastiche di Righi, la radicalità delle sue scelte, la fuga cui egli ha fatto coincidere l'elezione di un rifugio anche per la propria vita. Esse nascono da una volontaria immersione nella natura, come a lui è apparsa e individuata appunto nel paesaggio del nostro entroterra.
Le sue forme promanano sensualità, ma non come oggi essa è intesa, bensì come euforia d'amore per ciò che si ama, che sia esso corpo femminile o paesaggio: l'Eden incorrotto a cui Righi guarda come meta nello spirito che è nell'uomo.
L'uso della "K" nei titoli delle sue opere permane come memoria drammatica della sua pacifica e dolce rivoluzione. Lucio del Gobbo
Terra... Acqua... Aria... Fuoco
17 ott 1996
di Mario Giacomelli
Paolo Righi lascia galleggiare, nella sua forma linguistica, i frammenti della sua creatività su una superficie materica, incisa, per darci immagini estremamente interiorizzate e cariche di vitalità spirituale aperta all'immaginario.
Nel tessuto narrativo di Righi, nella materia corposa, nel colore-segno-luce si rigenerano e si trasformano in vibrazioni indefinite le sue immagini rinnovate dalle possibilità espressive e del valore delle forze dell'inconscio.
Righi riesce ad organizzare lo spazio in un interno costruttivo a diretto contatto con la mente per poi restituirlo come emozione di uno stato d'animo, come originale costruzione visiva, come tensione poetica e spessore di vita, dove tutto diventa altro in una energia nuova. Mario Giacomelli
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